Mondo legale al crocevia in Italia tra law firm e forza della tradizione


Il sole 24 Ore – Supplemento – Valeria Uva –  Il peso crescente dei grandi studi: occupano il 3% degli avvocati ma producono l’8o% del Pil di categoria Per i medio-piccoli la frontiera dell’estero – A tutti i livelli c’è l’esigenza di conquistare la fedeltà dei clientiUn mercato polarizzato quello legale italiano: da un lato le grandi law firm che occupano circa 5 6mila avvocati (poco meno del 3% del totale), ma – stima l’Asia – producono più dell’80% del Pil dell’avvocatura italiana; dall’altra gli oltre 24omila professionisti attivi censiti da Cassa forense, per la maggior parte inseriti in studi medio piccoli, con un particolare indice di affollamento al Sud: solo in Campania sono 34.330 gli iscritti 2018, quasi mille in più della piazza milanese, ben più ricca e attrattiva. Numeri consolidati, che non sorprendono. Ma quello che emerge dalla prima edizione dell’iniziativa del Sole 24 Ore in collaborazione con Statista – per individuare gli studi legali più segnalati del 2019 da clienti, concorrenti e giuristi d’impresa – è una buona vivacità è “grinta” di alcune realtà minori che si sono fatte strada magari scommettendo, oltre che sul presidio del territorio, anche su specifici ponti con l’estero (i cosiddetti studi giocai) o formule organizzative nuove, quali le Sta o le coop tra avvocati. Realtà e tendenze descritte nel dettaglio nelle prossime pagine. La spinta all’innovazione Sono 531 gli studi legali con maggiori segnalazioni censiti da Statista da Nord a Sud. Tra loro praticamente tutte le grandi realtà internazionali, da cui arrivano alcune forti spinte al cambiamento. Compresa l’apertura a nuove competenze. «Figure come il knowledge manager o il chief innovation officer sono sempre più diffuse tra i nostri iscritti» spiega Giovanni Lega presidente di Asia, l’associazione che riunisce un centinaio tra i principali studi legali associati. Si tratta di manager che non hanno sempre una formazione giuridica: fisici, ingegneri o informatici.«Ruoli chiave per affrontare il cambiamento epocale apportato dalle tecnologie e dalla digitalizzazione», commenta ancora Lega. Non a caso è proprio tra la categoria legale che si trovano i (pochi) big spender dell’investimento in Ict. Secondo l’Osservatorio professionisti e innovazione digitale 2019 del Politecnico di Milano è qui che si è registrata «la più alta percentuale di studi in grado di investire tra i ìoomila e i 25omila euro in tecnologie(2%)». Tra questi anche le prime law firn che cominciano a offrire la tecnologia come commodity ai clienti: daichatbot in grado di rispondere ai quesiti sul Gdpr ai tool per confrontare le normative europee. Paradossalmente – nota ancora l’Osservatorio – è sempre tra gli avvocati la più alta quota di professionisti dell’area economica giuridica che investe poco (meno di 6mila euro) o nulla in Ict (5%). «Nel 2018 la forbice di reddito tra grandi e piccoli studi si è allargata» nota Nunzio Luciano, presidente di Cassa forense che ritiene necessario investire nelle aggregazioni: «Ancora oggi 2 studi su tre sono individuali e rischiano di scomparire». Di fatto però nessun incentivo è disponibile per chi sperimenta modelli di business più evoluti, dallo studio associato alle Sta (società tra avvocati). Al contrario, a remare contro c’è ora la nuova fiscalità: la fiat tax al 15% (e poi al 20% per compensi fino a ìoomila euro dal prossimo anno) concessa solo alle partite Iva scoraggia le aggregazioni. Mancano poi altri tasselli. «Gli studi associati di fatto non hanno ancora pieno riconoscimento giuridico – nota Lega – e non hanno diritto ad ammortizzatori sociali o a finanziamenti agevolati, ad esempi. Ed è un ibrido privo di regolazione persino la figura dell’avvocato mono-committente». I settori La practice più rappresentata, quanto a studi segnalati nell’indagine di Statista, è anche quella tradizionalmente più affollata (e profittevole): il diritto societario (40 studi nominati), seguita dai dipartimenti bancari e del lavoro (36 quelli presenti nell’indagine). Del resto l’M&A resta il settore più competitivo per le law firm che si strappano partner e associate anche ingaggiando le società di head hunting. «I grandi studi devono sempre posizionarsi su M&A e banking» conferma Giuseppe Brambilla, che per Chaberton Partners segue proprio il recruitment nell’area professionale. La società negli ultimi due anni ha registrato una crescita tra il 15 e il 20% del fatturato derivante dal mercato legale italiano. «Ormai però l’articolazione per practice è tramontata – continua Brambilla-. Si ragiona piuttosto per settori industriali, dal tech al farmaceutico, dalla moda al Tmt e anche le ricerche professionali seguono queste logiche. Ma la vera skill trasversale richiesta oggi prescinde dalla specializzazione ed è la capacità del professionista di fidelizzare il cliente».