No di Anm e avvocati, salta il taglia-tempi

Il Sole 24 Ore, di Giovanni Negri –

È saltato al Senato, per le forti tensioni nella maggioranza, l’emendamento di Ap che puntava a introdurre nella manovra un pezzo della riforma della Giustizia civile, che da tempo languea Palazzo Madama: l’obiettivo era dimezzare i tempi della giustizia civile estendendo il rito sommarioa tutte le cause di competenza del giudice unico, che rappresentano la maggior parte delle controversie civili. Una proposta che aveva incassato l’ok del Guardasigilli Or­ lando ma che nonè stata condivisa del tutto all’interno del governo e su cui, soprattutto, siè registrata la netta opposizione di magistrati e avvocati. L’emendamento, che rivede il Codice di procedura civile, introduceva anche una radicale semplificazione del rito di primo grado davanti al tribunale in composizione monocratica. Il rinvio nei fatti cancella la chance di una approvazione della norma, vista la fine della legislatura ormai prossima. pagina 5 Battaglia sull’emendamento alla manovra che taglia i tempi di durata dei processi civili. Con tensioni interne anche alla compagine di Governo e una levata di scudi di magistrati e avvocati, che ieri sera hanno condotto al ritiro. A un ministero della Giustizia che spinge per l’approvazione si sono contrapposte, nell’Esecutivo, maggiori perplessità del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. La posta in gioco era alta perché l’estensione del rito sommarioa tutte le cause di competenza del giudice unico, stralcio della più ampia riforma del processo civile che da tempo langue al Senato e indicato nel Piano nazionale delle riforme allegato al Def, avrebbe riguardato la stragrande maggioranza delle controversie. Per dare un’idea,secondo gli ultimi dati disponibili, nei tribunali sono stati avviati, nel corso del 2016, in tutto 2.134.020 nuove cause. La stragrande maggioranza (i numeri relativi ad alcune materie sono riportati a fianco) sono di competenza del giudice monocratico, quella collegiale è residuale e affidata all’articolo 50 bis del Codice di procedura civile, tanto da fare stimare in circa 1 milione e 800mila quelle che sarebbero state investite da una forma processuale che oggi ha un’applicazione circoscritta. E con elementi collaterali tutti da valutare, come il crollo possibile del gettito del contributo unificato che, oggi, è dimezzato per le cause nelle quali si applica il rito sommario. Di certo, lo illustrava la relazione all’emenda­ mento stesso, con l’applicazione quasi generalizzata del rito semplificato la durata della fase di cognizione si sarebbe dimezzata, passando da 840 giorni a 385 giorni,e avrebbe permesso, si affermava nella relazione al testo, un deciso miglioramento della classifica Doing Business che misura l’efficienza dei sistemi giudiziari, permettendo all’Italia di passare dalla 111esima piazza alla 42esima. E l’ipotesi di estensione del rito sommario, con maggiori margini di manovra per l’autorità giudiziaria e tempi contingenta­ ti, un effetto l’aveva prodotto, quello di mettere d’accordo avvocati e magistrati. Per l’Anm, «la riforma in cantiere non eliminae neanche favorisce l’efficienza del processo perché non opera sull’arretrato esistente. Le regole del processo non sono inutile orpello ma il modo con cui le parti concorrono, con ordine, alla decisione del giudice». Eliminare la predeterminazione di tali regole, rimettendone la scelta alla valutazione discrezionale caso per caso, «rischia ­ sottolineava ancora l’Anm ­ di generare prassi applicative diversificate con sicure ricadute negative in termini di garanzia dei diritti dei cittadini, di conflittualità tra le parti e aumento delle controver­ sie interpretative, le quali andrebbero a ripercuotersi sulle Corti d’appello, già in affanno». L’Associazione nazionale magistrati avvertiva che «una seria riforma della giustizia civile deve porsi il vero problema del “collo di bottiglia”, rappresentato dal momento della decisione, il cui spazio, spesse volte, per la complessità e delicatezza delle vicende processuali, non tollera di essere soffocato da tempi contingentati se non a scapito della qualità della risposta alla domanda di giustizia». Per il Consiglio nazionale forense, intervenuto con una lettera del presidente Andrea Mascherin al ministro della Giustizia Andrea Orlando, la modifica del rito come strumento per velocizzare la giustizia ha «nell’ultimo decennio sempre aumentato il tasso delle liti sull’applicazione delle regole e di conseguenza allontanato la decisione sul merito delle vertenze». «È rischioso costringere le parti ­ avverte ancora il presidente del Cnf ­ ad affrontare un processo con regole affidate alle imprevedibili scelte del giudice, secondo uno schema che, se può forse in linea di pura teoria andare bene per le cause più semplici, mette seriamente a repentaglio i diritti di chi si affida alla giurisdizionee che non è in grado di prevedere le difese delle altre parti e gli sviluppi della lite». Posizione condivisa dalla presidente delle Camere civili Laura Jannotta, che ricordava anche come già un parere negativo, inascoltato, fosse stato espresso nel recente passato da tutta l’Avvocatura.I numeri del processo civile