Ordini, il caos degli esami di abilitazione

Repubblica Affari&Finanza, di Patrizia Capua –

TRA GLI ASPIRANTI PROFESSIONISTI C’È CHI NON DEVE FARE ALCUN TIROCINIO, CHI DEVE FARLO DI SOLI TRE MESI E CHI ADDIRITTURA DI UN ANNO E MEZZO. E C’È CHI È QUASI SICURO CHE PASSERÀ IL TEST E CHI INVECE HA SOLTANTO UNA CHANCE SU TRE

C’è chi non deve fare alcun tirocinio, chi deve farlo di soli tre mesi e chi di un anno e mezzo che quasi sempre si tramuta in due visto che gli esami ci sono soltanto una volta all’anno. C’è chi è quasi sicuro che ce la farà perché i tassi di successo della sua categoria sono prossimi al cento per cento e chi ha soltanto il 33 per cento di probabilità. Avvocati, medici, ingegneri, farmacisti, giornalisti, per citare solo alcune categorie, sono alle prese ogni anno con conplesse procedure per gli esami di abilitazione alla professione. Migliaia di giovani laureati ogni anno combattono con questo esame, un tempo una pura formalità e oggi uno scoglio a volte particolarmente insidioso. Ogni Ordine ha le sue regole ma è difficile, per un profano, capire quale sia la ratio per cui un medico (che ha la responsabilità della vita dei pazienti) possa fare pratica solo per tre mesi e un aspirante avvocato invece per diciotto. E poi: gli esami sono sempre correlati con la professione che si dovrà effettivamente svolgere? Molte categorie chiedono cambi di registro. I medici. Alberto Oliveti, presidente dell’Enpam, la cassa dei camici bianchi, oltreché dell’Adepp, segnala che ci vorrebbe un accorciamento dei tempi tra la laurea e l’esercizio della professione. «Oggi un giovane deve fare un tirocinio trimestrale abilitante: un mese in medicina, uno in chirurgia, uno in uno studio come medico di famiglia. Dopo l’esame, che ha un tasso di riuscita molto alto – nel 2015 su 7.670 candidati ci sono stati 7.499 abilitati -, prima di poter esercitare la professione, possono passare dai sei a nove mesi». Tempi morti, sostiene Oliveti, che sanno tanto di parcheggio. L’ideale sarebbe «che i sei anni di università prevedessero anche un periodo di pratica, cioè una laurea abilitante». Gli avvocati . dopo gli anni bui del cosiddetto forum shopping, gli esami di Stato nelle diverse sedi di Corte di Appello, sono diventati severissimi e il tasso dei dichiarati idonei si è fermato nel 2013, ultimo dato disponibile del ministero di Giustizia, al 33%. Il calo del numero di laureati in Giurisprudenza, facoltà storicamente molto affollata, si associa al gap tra l’impostazione del tirocinio e la verifica della preparazione. Tre le prove scritte in tre interi giorni basate su pareri motivati in diritto civile, in materia penale e, in tema di diritto processuale, la redazione di un atto giudiziario a scelta tra diritto penale, diritto privato o amministrativo. Saranno vietati a partire da quest’anno i codici annotati con la giurisprudenza e ammessi soltanto testi di legge nudi e crudi privi di commenti. Ma la formula dell’esame così com’è non convince. Francesca Sorbi, avvocato e consigliere delegata alle scuole forensi, ragiona: «Sarebbe necessario uno studio più approfondito su come si gestisce uno studio legale, come si fa ricerca di giurisprudenza, come si affrontano i profili fiscali e amministrativi, come si studiano le norme sul riciclaggio, dobbiamo capire se il candidato sa muoversi, anche sul piano del metodo, per affrontare i problemi del cliente». Sorbi sottolinea inoltre: «Vigono regole da regime di polizia per contrastare gli imbrogli. All’orale, poi, si pescano in un database quesiti posti dal computer, impossibile fare un discorso più ampio. Eppure, l’avvocatura vuole professionisti molto preparati, che sappiano utilizzare il ragionamento giuridico». Ma dopo cinque o sei anni di studio, perché non dovrebbero essere le stesse università a dare l’abilitazione? Oppure gli studi universitari vanno in un senso e la pratica in un altro? I commercialisti . Dalle dichiarazioni Iva alla partita doppia, dalla preparazione di un bilancio a un business plan. L’esame per diventare dottore commercialista, con la laurea in Economia a numero chiuso, è molto selettivo. Due prove scritte e due orali. «Occorre sapere un po’ di tutto: matematica, finanza, ragioneria e districarsi nella complessa materia fallimentare», dice Alessandra Tami, commercialista, che insegna Bilancio alla Bicocca e collabora per la formazione con l’Ordine. «Gli argomenti sono tantissimi. Non sono ammesse preparazioni lacunose, è obbligatorio l’aggiornamento sui nuovi principi contabili. Il problema del tirocinio è che si entra in uno studio specializzato magari in concorsuale piuttosto che nell’area fiscale e si segue soltanto quello. Il resto va fatto in un percorso personale». Come e adire che il tiroconio serve fino a un certo punto per passare l’esame. Nella sede meneghina, con le tre università Bocconi, Cattolica e Bicocca delegate dal Miur a gestire l’esame, dove si è appena insediata come presidente dell’Ordine Marcella Caradonna, il tasso di insuccesso è mediamente del 50%. «Il dottore commercialista – sostiene Tami – ha responsabilità molto elevate, non basta sapersi districare nel ramo contabile e fiscale. Quando le aziende crescono, deve rispondere a più domande. Abbiamo bocciato persone che non sapevano cos’è la partita doppia, non si può affidare esclusivamente al computer la stesura di un bilancio». La prova orale, poi, è ad ampio spettro. Nella riforma 2016, al posto del tirocinio di 18 mesi c’è un corso con due esami intermedi. «Soltanto in Italia abbiamo gli Ordini. In altri paesi come l’Inghilterra – sottolinea Tami – ci sono le associazioni e per farne parte occorre il bollino blu che si consegue dopo un anno di lezioni e il superamento di esami». Gli avvocati . All’esame di Stato gli ingegneri, come i farmacisti che però hanno una parte della pratica nella fase finale del percorso universitario, arrivano subito dopo la laurea senza passare per il tirocinio. «Purtroppo noi per legge non abbiamo un tirocinio e molti vanno all’esame senza avere una preparazione professionale – dice Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri – ma questo è mitigato dalla cultura ampia dei nostri iscritti. Le prove di abilitazione sono impegnative, dure come tutti gli esami di ingegneria. Si protraggono per più di un mese tra scritti e orali, in compenso la percentuale degli idonei è alta, tocca quasi il 90%, e questo è un buon segnale. Potremmo essere più pignoli, ma sarebbe sbagliato infierire».