Pansini (Segretario generale ANF): “Avvocatura non fugga dal processo e non difenda posizioni di retroguardia”

tribunaleLeggo sempre con attenzione quanto il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, Remo Danovi, scrive sulle riviste e sulla stampa specializzata e con pari attenzione ascolto i suoi interventi in occasione di incontri e dibattiti pubblici, consapevole di quanto la sua esperienza ed autorevolezza possano disegnare il delicato momento che l’intera Avvocatura sta vivendo, tanto al suo interno quanto all’esterno.

Tuttavia, mentirei se non dicessi che il suo intervento sull’edizione de “Il Sole 24 Ore” del 2 febbraio scorso, dal titolo “L’Avvocato tutela i diritti, non i soci di capitale”( clicca per leggere il pdf Sole 24 ore Remo Danovi), mi ha lasciato un po’ perplesso, anche alla luce delle relazioni delle istituzioni forensi nazionali e del Ministro della Giustizia lette in occasione della recente inaugurazione dell’anno giudiziario e il cui contenuto è di dominio pubblico.

Il legislatore, è vero, spinge verso la degiurisdizionalizzazione, ma la ratio che accompagna le nuove misure di risoluzione delle controversie sembra sempre e ancora improntata – per formule verbali palesemente evidenti anche in disegni di legge attualmente al vaglio del parlamento – più allo smaltimento e/o alla riduzione dell’arretrato e del contenzioso che alla diffusione e al radicamento di una nuova cultura di intendere, amministrare e somministrare la giustizia anche al di fuori del circuito statale.

I numeri esigui in termini di buon esito delle procedure di mediazione, negoziazioni assistite, camere arbitrali già esistenti, forse risentono anche di questa errata impostazione e impongono un cambio di mentalità, a partire dal legislatore e dalla politica.

L’Avvocatura deve fare la sua parte, certo, ma questo non significa dover accettare sempre e per buono tutto ciò che proviene dagli altri e rinunciare a priori alla propria capacità di critica e proposta.

Dico questo perché la sensazione di questi giorni, e che vorrei trovasse una qualche smentita, è quella di un’Avvocatura istituzionale che si limita a dare mera esecuzione alle scelte e alle “scommesse” del legislatore, del Ministero di turno, della magistratura.

Insomma, un’Avvocatura, si, al servizio della giustizia e del cittadino e degli Avvocati ma sempre in una posizione “ancillare”: il legislatore, la politica e la magistratura chiedono la collaborazione dell’Avvocatura e l’Avvocatura collabora.

L’Avvocatura chiede alla politica, al legislatore e alla magistratura impegno e collaborazione su temi cari e importanti per il cittadino e l’Avvocatura, ma la risposta – quando vi è risposta – è sempre vaga e incerta.

La sensazione è quella di un’Avvocatura istituzionale consapevole di non essere più in grado di incidere sul processo, sulla sua giusta valorizzazione, e sul sistema giustizia; di qui, il conseguente arroccamento in sistemi governati unicamente dall’Avvocatura perché questa possa così dare l’impressione di un’autorevolezza che, al di fuori del seminato ordinamentale forense, altrimenti non esisterebbe.

L’ultimo anno, con le relazioni ministeriali sul progetto “Strasburgo”, ha messo in evidenza un fattore che mai, prima d’ora, era stato preso in considerazione: l’organizzazione degli uffici, la necessità di una loro gestione quasi manageriale.

E l’elemento organizzazione ha finalmente dimostrato – per tabulas – che il funzionamento del processo civile e l’adeguatezza del codice di rito non dipendono dalla litigiosità degli italiani, dal numero degli avvocati e dei procedimenti, dalle dotazioni di organico di cancellieri e magistrati.

E la telematizzazione del processo ha rappresentato una novità rivoluzionaria e, al tempo stesso, una scommessa vinta soprattutto grazie all’Avvocatura.

Eppure, rispetto alla funzione essenziale dello Stato di amministrare e somministrare giustizia, e alla possibilità di svolgere un ruolo trainante nell’attività di recupero e salvataggio del processo con i nuovi strumenti di conoscenza, informatizzazione e organizzazione, l’Avvocatura sembra voler battere in ritirata.

L’Avvocato tutela i diritti, siamo d’accordo con il Presidente Danovi, ma tra questi vi è anche quello del cittadino ad un processo, ad una sentenza del suo giudice naturale. Ed è un diritto che l’Avvocatura ha il dovere di far valere sempre e “a prescindere”, almeno fino a quando esistono la Carta Costituzionale e il codice di rito. L’Avvocatura non può e non deve fuggire dal processo. Anche perché i sistemi alternativi di risoluzione delle controversie potranno funzionare solo se, d’altro canto, vi è un processo che, in ogni fase e grado, funziona.

Le riflessioni che precedono hanno anche un rovescio della medaglia e che investono l’Avvocatura al suo interno, un aspetto che deve essere sempre tenuto in debita considerazione.

E anche in questo caso viva è la necessità di chiarimenti e smentite.

Gli organismi per la composizione delle liti o della crisi da sovraindebitamento, le camere arbitrali forensi, prima facie appaiono strumenti volti più a rafforzare il ruolo delle istituzioni forensi nazionali e locali che ad individuare nuovi ambiti di intervento per tutti, e sottolineo tutti, gli Avvocati.

A modesto avviso dell’ANF, non rappresentano la soluzione delle soluzioni alle difficoltà in cui si dibatte l’Avvocatura così come le società di capitali (peraltro previste nell’ambito di una delega contenuta nella L. 247/12 e non esercitata) non rappresentano il male assoluto per l’Avvocatura.

Le prime nulla aggiungono all’indipendenza e all’autonomia della professione, le seconde nulla tolgono all’indipendenza e all’autonomia della professione.

Entrambe sono opportunità, possibilità, per l’Avvocatura. Una o due tra le tante opportunità che l’Avvocatura dovrebbe individuare e sfruttare per allargare le aree di intervento in cui operare, organizzandosi al meglio.

E, sinceramente, l’autonomia e l’indipendenza della professione sono valori che sembrano vacillare più sotto i colpi di obblighi, lacci e lacciuoli contenuti nella legge professionale forense del 2012, e che passano oggi anche attraverso una formazione continua e un’idea di specializzazione contraddittorie e un accesso alla professione ai limiti dell’impossibile, piuttosto che sotto le asserite possibilità di sfruttamento dell’Avvocatura da parte di soci finanziatori senza scrupoli.

E, con pari sincerità, è difficile comprendere perché la tenacia con cui si difende la negoziazione assistita e si lotta contro le società di capitali non caratterizzi anche l’impegno dell’Avvocatura istituzionale per rivendicare, ad esempio, l’autentica della sottoscrizione nei casi di trasferimenti di immobili ad uso non abitativo sino a centomila euro, per individuare nuove aree di intervento per gli Avvocati, per “reagire” allo smantellamento della legge sulla irragionevole durata del processo e ai continui stravolgimenti del processo civile (l’emendamento recentemente approvato in Commissione Giustizia della Camera sul procedimento sommario di cognizione, sulla sua obbligatorietà per le cause di competenza del giudice monocratico, sulla sua ridenominazione in rito semplificato di cognizione di primo grado, sul potere del giudice di decidere della possibilità per le parti di precisare e modificare le domande, di indicare i mezzi di prova e produrre documenti, meriterebbe sicuramente un ampio dibattito).

Mi permetto di osservare che le prospettive per l’Avvocatura debbano essere considerate complessivamente, senza pregiudizi di sorta e senza complessi di inferiore autorevolezza rispetto ad altre componenti del sistema giustizia.

L’Avvocatura nasce libera, autonoma ed indipendente e tale deve rimanere. E deve prendersi anche qualche rischio, senza difendere posizioni di retroguardia, perché la miglior difesa è l’attacco.