Perché gli avvocati non possono valutare i giudici

Il Fatto Quotidiano, di Bruno Tinti –

Il Csm ha di nuovo tentato di coinvolgere gli avvocati nelle valutazioni di professionalità dei magistrati. L ‘ idea è buona. Ma inattuabile. I magistrati devono essere valutati ogni quattro anni; il Consiglio giudiziario deve inoltrare al Csm un rapporto sulle loro caratteristiche; invia un ‘ autorelazione, il parere del capo dell ‘ Ufficio e i provvedimenti redatti dal magistrato. Lo stesso quando si tratta di nominare un Capo di un Ufficio. Del CG fanno parte il presidente della Corte d ‘ appello e il Procuratore generale, da 6 a 10 magistrati, da 2 a 3 avvocati e un professore universitario. I magistrati sono eletti dai giudici, gli avvocati dal Consiglio dell ‘ Ordine degli Avvocati e i professori dal Consiglio universitario. Professori e avvocati partecipano alla discussione ma non possono votare. Il Csm precedente ha respinto la proposta di consentire agli avvocati il diritto di voto. Il Csm in carica ci riprova. Gli avvocati applaudono. Come ho detto l ‘ idea è buona. Nessuno come l ‘ avvocato conosce il magistrato e nessuno può esprimere un parere più attendibile. Gli avvocati lavorano con giudici e pm tutti i giorni, sanno per esperienza personale come e quanto lavora, quale sia la sua preparazione giuridica, il suo equilibrio psicologico, il suo livello etico. La loro sarebbe una valutazione decisiva. Ma ci si deve rinunciare, non può funzionare.

GLI AVVOCATI sono tantissimi, circa 250.000. Se la percentuale di intrallazzatori, profittatori e disonesti è la stessa di quella dei magistrati – che sono circa 9.000 – (e non c ‘ è ragione che sia minore) il rischio che gente di questo tipo entri a far parte di un CG è elevato; troppo. E il potere conseguente alla partecipazione ai CG è tanto. Gente di questo tipo può strumentalizzarla con i clienti (affidati a me, io quel giudice ce l ‘ ho in pugno), perfino arrivare al ricatto (giudice, posso votare a suo favore ma se ne dovrà ricordare … ). Avvocati e magistrati hanno una struttura psicologica e professionale diversa. Un magistrato distribuisce ragioni e torti, assolve o condanna; è, per sua natura e professionalità, imparziale; può sbagliare ma non ha (non dovrebbe) avere pregiudizi. Un avvocato li ha sempre: ha un cliente; che abbia torto o ragione, sia colpevole o innocente, egli deve garantire il suo interesse. L ‘ imparzialità non fa parte della sua personalità. Sicché, tornando ai CG, il magistrato opererà tendenzialmente con imparzialità, superando con (relativa) facilità antipatie e inimicizie: è il suo mestiere. L ‘ avvocato avrà maggiore difficoltà: l ‘ im parzialità non è nelle sue corde, i torti (veri o presunti) ricevuti da quel magistrato che gli si chiede di valutare non saranno così facilmente dimenticati. Tutto ciò non significa che i magistrati saranno sempre imparziali e gli avvocati non lo saranno mai; ma è una questione di probabilità e di percentuale: e tanto basta. L ‘ autonomia del magistrato valutato è compromessa: la tentazione di ” non dispiacere ” all ‘ avvocato che fa parte del CG sarà forte, anche in presenza di un comportamento correttissimo da parte dell ‘ av vocato. Anche qui è solo questione di probabilità e percentuale: ma è sufficiente. C’è poi un problema oggettivo. La partecipazione ai CG con diritto di voto può essere ” sentita ” dal cliente dell ‘ avvocato come un ‘ opportunità; e ciò anche contro la sua volontà e nonostante le sue proteste. Gli avvocati che si trovano in questa situazione sono certamente privilegiati rispetto ai loro colleghi; e non sta bene. Stiamo ai primi danni, il sistema già funziona malissimo (ne parlerò).