Previdenza privata un pericoloso invecchiamento

Corriere L’Economia – 

In linea con il Paese. I professionisti italiani invecchiano e penalizzano i giovani. A certificarlo è il rapporto annuale dell’Adepp (l’Associazione delle casse di previdenza private) che evidenzia come il totale degli iscritti attivi (1.498,16) sia aumentato dello 0,62% dal 2015 e del 22% in 12 anni. Invece gli iscritti pensionati in 12 anni sono aumentati del 54,67%.

Un dato non confortante per il futuro, specie se incrociato con il trend d’invecchiamento degli iscritti: l’età media passa dai 44,3 anni del 2005 ai 47,6 attuali. E come se non bastasse, diminuiscono i nuovi ingressi che passano dai 63mila del 2005 ai 52.500 del 2016.

 

Negli anni si è praticamente pareggiata la presenza di genere visto che ormai le donne rappresentano il 48% dei professionisti e iniziano a contribuire prima: l’età media in ingresso infatti è di 31 anni per le donne e di circa 34 per gli uomini.

Redditi

La crisi ha inevitabilmente inciso in modo determinante sul sistema professionale italiano che ha subito in 5 anni un decremento pari all’11%, registrando un meno 0,60% nel 2016. Il calo è maggiore, 18,3%, se consideriamo il potere d’acquisto. Cresce invece il numero dei professionisti dipendenti, +8%. Nel 2016 gli enti previdenziali hanno raccolto quasi 9,8 miliardi di euro di oneri contributivi, totalizzando un incremento rispetto al 2015 di circa il 7%. L’ammontare totale delle prestazioni erogate dalle casse appartenenti all’Adepp invece è superiore ai 6 miliardi di euro nel 2016.

 

Intanto, dal Parlamento, sono arrivate due buone notizie su «bail in» e «spending review», due vecchie richieste di Adepp diventate finalmente legge. «I soldi delle pensioni sono oggi al riparo in caso di fallimento delle banche – commenta il presidente dell’Adepp Alberto Oliveti – e questo è un grande sollievo. Anche perché la legge di bilancio corregge una stortura. Prima infatti la protezione riguardava solo le pensioni complementari, che sono facoltative, e non quelle obbligatorie, su cui i professionisti contano per la propria sussistenza. Anche in merito alla spending review siamo soddisfatti perché viene tolta una gabella che gli enti dei professionisti dovevano versare allo Stato e che anche la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima. Ma soprattutto siamo contenti perché passa un importante principio giuridico: le Casse di previdenza private sono diverse dalle altre entità inserite nell’elenco Istat delle istituzioni del Paese e il fatto di far parte di questo elenco a scopo statistico non vuol dire che sia corretto imporci gli stessi vincoli che valgono per le pubbliche amministrazioni».

Il gap

Il rapporto evidenzia che restano forti i gap delle tre G: generazionale, di genere e geografico. I liberi professionisti under 40 infatti dichiarano, in media, un terzo dei loro colleghi over 50. Le libere professioniste donne guadagnano il 40% in meno dei loro colleghi uomini. La differenza di reddito si rileva già per le under 30 anche se è meno evidente (9% in meno).

 

Infine il gap di reddito si manifesta anche dall’area geografica in cui viene esercitata l’attività : i professionisti del Sud dichiarano in media il 40 per cento in meno dei loro colleghi del Nord Italia. Considerando le singole regioni, i redditi più alti vengono dichiarati nel Trentino Alto Adige, quelli più bassi in Calabria con una differenza media del 60 per cento.