Rapporto Istat sulla giustizia civile: ancora alto il livello di insoddisfazione

Il Sole 24 Ore, di M. Clarich e G. Fonderico –

La “customer satisfaction” è un parametro essenziale per le imprese. Ma anche nei settori della pubblica amministrazione e della giustizia l’opinione dei clienti-utenti comincia ad avere un certo peso.
Per questo è degno del massimo interesse il rapporto dell’Istat riferito al 2015 su «Cittadini e giustizia civile» pubblicato pochi giorni fa che dà conto di un sondaggio condotto su un campione di 24.000 famiglie distribuite su tutto il territorio nazionale.
Il sondaggio si inserisce in un’indagine più ampia sugli «Aspetti della vita quotidiana» nel nostro Paese che include anche altri ambiti come la scuola, il lavoro, l’abitazione, la salute, gli stili di vita, ecc.
È difficile sintetizzare la mole di dati inclusi nel rapporto e nelle tabelle e darne un’interpretazione corretta. Tuttavia alcuni elementi sembrano particolarmente significativi
In primo luogo, al 2015 l’11% della popolazione adulta (cioè 5,5 milioni) è stata coinvolta almeno una volta nella vita in un contenzioso civile. Più spesso gli uomini (12,5%) delle donne (9,3%). C’è qualche variazione tra le diverse parti del Paese, ma non particolarmente eclatante (nella forbice tra il 12,9% del Nord-est e il 8,6% nelle Isole). La materia di gran lunga con più controversie è quella dei rapporti familiari, specie per le separazioni e i divorzi, che da sola pesa per il 40% dei giudizi. Vengono poi le controversie di lavoro (16,5%) e gli incidenti stradali (14,4%). Il dato fa emergere che, con interventi mirati sulle discipline in soli tre ambiti, l’obiettivo di abbattere le occasioni di contenzioso potrebbe essere a portata di mano
Si conferma, per l’intanto, un dato noto e cioè l’elevato tasso di litigiosità e dunque di una domanda di giustizia alla quale il sistema attuale non riesce a dare risposte adeguate.
Lo si desume dal fatto che il 52% di coloro che hanno avuto un’esperienza diretta dichiara di essere poco o per niente soddisfatta. L’insoddisfazione è maggiore tra gli uomini (57%) rispetto alle donne (46,8%), è maggiore nel Mezzogiorno (63,9%) rispetto in particolare al Nord-ovest (51,4%)
Quanto alle ragioni dell’insoddisfazione, pesano molti fattori.
Il primo, e per molti versi prevedibile, è quello della durata dei giudizi che è un aspetto da migliorare per quasi il 70% degli intervistati. Sono pochi coloro che possono vantare di avere visto la loro controversia chiudersi nello stesso anno di avvio (il 23,8%). La maggior parte (il 40,0%) si colloca invece nella fascia compresa tra due e cinque anni. Il dato è reso ancora più significativo dalla sua distribuzione territoriale. Al Nord-Ovest, ad esempio, la conclusione del giudizio entro due anni è avvenuta per la metà degli intervistati. Il dato scende al 30% per il Sud e le Isole. Il sistema giustizia, quindi, pur se formalmente organizzato in modo accentrato dallo Stato, sconta poi gradi di efficienza molto variabili a livello locale.

Un altro fattore d’insoddisfazione è legato alla burocrazia, anche qui con percentuali elevate vicine al 60% degli intervistati. La macchina della giustizia è percepita come altamente burocratizzata e complicata. Un segnale che, tra tutti gli apparati amministrativi da riformare, quello della giustizia dovrebbe essere posto in cima alla lista.

Un dato preoccupante è la sfiducia dei cittadini sia nei confronti dei giudici sia, ancor più, nei confronti degli avvocati. Quanto ai primi il 21,7% degli intervistati ritiene che i giudici dovrebbero garantire una maggior imparzialità e il 27,4% ritiene che essi dovrebbero «prestare più attenzione alle ragioni delle parti». Anche la puntualità delle udienze è un aspetto dolente. Nell’insieme, la curva d’insoddisfazione è già alta nei giudizi di primo grado (intorno al 50%) ma ha una vera e propria impennata nelle fasi di appello e cassazione (oltre l’80%). Per interpretare tale dato sarebbe utile disporre di altre informazioni, sulle ragioni specifiche di maggiore insoddisfazione rispetto all’esperienza del primo grado. Potrebbe pesare la “lontananza” con la quale i cittadini percepiscono i gradi più “astratti” del giudizio (la conoscenza preventiva dei costi, ad esempio, per la cassazione crolla all’8% circa) ma anche la loro durata che alle volte supera – per ragioni che sono difficili da spiegare ai non addetti ai lavori – quella del giudizio di primo grado.

Quanto agli avvocati, molte lamentele riguardano la mancanza di trasparenza, soprattutto sui costi complessivi della causa. Solo il 27,4% dei cittadini intervistati era a conoscenza all’inizio della causa dei costi da sostenere. Ciò dovrebbe far riflettere sulla necessità di rivedere le norme vigenti in materia di preventivi, evidentemente poco efficaci. Molti cittadini reclamano maggiore correttezza (23,2%), maggiore precisione sulla durata della causa (21,8%), maggior prontezza nel fornire le informazioni necessarie (18,5).
Grave è poi il fatto che ben oltre un milione e mezzo di persone hanno rinunciato ad avviare una causa civile per i costi troppo elevati (30,8%), per l’incertezza dei tempi di svolgimento (25,6%) o dell’esito favorevole (15,5%). Ciò significa che vi è una domanda di giustizia che non trova sbocco, con buona pace dei principi costituzionali (articolo 24 sull’effettività della tutela).

Questi dati colpiscono ancor più se si tiene conto che solo una minoranza degli intervistati è al corrente dell’esistenza di forme di tutela alternative alla giurisdizione. La mediazione civile è nota solo al 43,9% degli intervistati, l’arbitrato al 42%. Vi è un rilevante grado di disinformazione in relazione al titolo di studio. Il 71,2% dei laureati conosce la mediazione civile contro il 15,4% di coloro che hanno una licenza elementare o nessun titolo. Ciò significa che coloro che presumibilmente hanno più difficoltà a rivolgersi alla giustizia ordinaria sono i meno informati su strumenti meno costosi e con tempi più veloci.
I dati sembrerebbero riferibili all’insieme degli intervistati e non solo a quella quota che ha avuto a che fare con almeno una controversia. È difficile dunque dire quanto essi dipendano da un’applicazione difettosa degli obblighi informativi che gli avvocati hanno nei confronti dei loro assistiti o da una più generale disinformazione dei cittadini su questo genere di rimedi. Certo è che risolvendo il problema anche solo in parte si potrebbe incidere in modo significativo sulla quota di domanda di giustizia che resta insoddisfatta perché scoraggiata dalla prospettiva di un giudizio lungo e costoso.

L’indagine dell’Istat si riferisce alle persone singole e alle famiglie e non riguarda invece le imprese. Sarebbe interessante dedicare un sondaggio anche a questo importante comparto degli utenti del servizio giustizia. È molto probabile per esempio che il problema dei tempi della giustizia, nel mondo dei traffici che vive a ritmi sempre più accelerati, sia avvertito in modo ancor più acuto. Lo dimostrano del resto anche le recenti norme in materia di accelerazione delle procedure di recupero crediti.
In definitiva, ancora una volta si conferma che il settore della giustizia civile è un malato che avrebbe bisogno di terapie più radicali e una presa di consapevolezza da parte degli operatori di giustizia che il “cliente-utente”, che è anche un tax payer, deve essere posto al centro del sistema.