«Scaricata sugli avvocati la responsabilità delle fughe di notizie, difesa penalizzata»

Il Messaggero – 

Intervista Enrico Costa
PARLA L’EX MINISTRO: NESSUNA SANZIONE CONTRO LA DIFFUSIONE DI COLLOQUI NON ATTINENTI ALL’INDAGINE IL COMPROMESSO RISCHIA DI FARE PIÙ DANNI DI QUANTI SE NE VEDANO NELLA SITUAZIONE ATTUALE
 Come membro del governo e della maggioranza lei aveva spinto molto perché la legge sulle intercettazioni fosse finalizzata a limitare davvero le fughe di notizie e la «gogna mediatica» per chi è indagato. Da quel che si sa del testo che sarà approvato in consiglio dei ministri, l’obiettivo è raggiunto? «Se questo schema di legge fosse una sentenza sulla genesi delle fughe di notizie, potremmo dire che il ministro Orlando ha concluso per la colpevolezza degli avvocati difensori. Il testo sembra dare interamente la colpa di quanto è accaduto in questi anni agli avvocati e infatti per questi ultimi vengono ulteriormente limitati il diritto di difesa e la possibilità di valutare gli elementi di prova in contraddittorio. Al contrario, si estendono i poteri della polizia giudiziaria: sarà lei a decidere quali intercettazioni sono rilevanti e quali no». Dunque, secondo lei, le fughe di notizie relative a intercettazioni considerate irrilevanti nell’inchiesta continueranno? «Diciamo che si fa poco perché non accada. Faccio notare che contro la diffusione di intercettazioni non attinenti all’indagine non c’è sanzione. Mi sarei aspettato una norma per fugare i rischi: a mio avviso, l’unico modo sarebbe stato stabilire che a condurre le indagini sulle fughe di notizie per atti estranei al fascicolo fossero procure diverse rispetto a quelle dove si sono verificate. Se c’è un ufficio che ha in mano tutto il percorso delle intercettazioni, deve indagare una procura diversa». Sulle intercettazioni rilevanti, citate nell’ordinanza di custodia cautelare, ci sarà una stretta. In prospettiva, sarà più difficile che sui giornali finiscano ampie conversazioni degli indagati, visto che saranno citati «solo i brani essenziali» degli ascolti. «Anche qui, il compromesso rischia di fare più danni di quanti non se ne vedano nella situazione attuale. Considero provvidenziale che sia stata evitata l’idea iniziale di citare nelle ordinanze solo il sunto delle conversazioni centrali nell’indagine, perché da avvocato preferisco le parole specifiche della sintesi fatta da un pm o da un agente di polizia giudiziaria. La sintesi, scientemente o no, orienta il racconto». Le intercettazioni rilevanti saranno fornite agli avvocati solo in audio. C’è un danno al diritto di difesa? «Mi pare un dato obiettivo. Gli avvocati avranno accesso solo agli audio e dovranno passare attraverso meccanismi piuttosto complessi sia per accedere alle intercettazioni considerate irrilevanti sia per difendersi da quelle considerate dai magistrati rilevanti ai fini dell’accusa e del procedimento». L’uso dei dispositivi informatici per intercettare si amplia rispetto all’uso attuale. «Il decreto dovrà prevedere quando e come sarà attivato il microfono da remoto, non sarà dunque un’intercettazione a strascico. Ma in ogni caso l’allargamento c’è. E, più in generale, per le intercettazioni si attiva un meccanismo più grave, che avevamo già visto con l’approvazione del codice antimafia». Quale? «Sparisce definitivamente il concetto del doppio binario su cui si reggeva il nostro sistema processuale, per cui da un lato ci sono i reati di mafia e terrorismo, per i quali gli strumenti di indagine sono molto stringenti, dall’altro i reati comuni. Anche in questo testo c’è un allargamento dei presupposti delle indagini per la mafia ai reati contro la pubblica amministrazione. E questo, al di là del merito, mi pare contrastare palesemente con la delega. In sintesi: non si risolve il rischio gossip sui giornali, si comprime pesantemente il diritto di difesa».