Trasparenza, sfida agli ordini

Articolo di Sergio Rizzo, Corriere della Sera.

La madre di tutte le battaglie, sostiene Raffaele Cantone, è quella sulla trasparenza. Quando l’Anticorruzione l’ha chiesta agli ordini professionali, ne è nato un duro confronto. 

Fra le molte titubanze e i segnali contradditori degli ultimi mesi, Raffaele Cantone considera il nuovo testo della legge anticorruzione un passo avanti. «Il mio giudizio è molto positivo. Hanno accolto quasi tutte le nostre osservazioni, soprattutto la più importante. Cioè che il falso in bilancio dev’essere perseguito d’ufficio. Vedo che finalmente vengono introdotti sconti di pena per chi collabora e si ampliano alcune ipotesi di pene accessorie, per esempio l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione».

 

La perfezione, aggiunge il presidente dell’Autorità anticorruzione, si sarebbe raggiunta se ci avessero infilato dentro anche le proposte di equiparare le intercettazioni in materia di corruzione a quelle per la criminalità organizzata e di intervenire sui termini di prescrizione. «Ma capisco certe perplessità a proposito del rischio di un uso non appropriato delle intercettazioni. Mentre sulla prescrizione il ministro Andrea Orlando è dell’idea di affrontare il problema integralmente senza intervenire con provvedimenti specifici per ogni singolo reato, e mi pare corretto», dice Cantone. Però si capisce che non considera ancora compiuto il salto culturale che può spostare una volta per tutte il rapporto di forze nella guerra alla corruzione.

 

Lo ripete ogni volta che può. Sostiene che la madre di tutte le battaglie è quella sulla trasparenza. Una lotta che considera se possibile ancora più difficile, e per certi versi perfino più rischiosa, rispetto ai tanti fronti che ha dovuto aprire da quando è arrivato: a partire dai cantieri dell’Expo 2015 per arrivare a Mafia Capitale.

 

Gli interessi in gioco, fa capire Cantone, sono enormi. Interessi della burocrazia, che come scriveva Max Weber oltre cent’anni fa, «si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni». Come pure interessi dei poteri che con quella burocrazia intrattengono rapporti capaci di influenzare la propria forza economica. Ma imporre che incarichi, consulenze, retribuzioni, situazioni patrimoniali di chi gestisce la cosa pubblica, e poi delibere e singole spese di ogni amministrazione vengano pubblicate online in modo chiaro e accessibile non è semplice. E anche se negli ultimi anni il Parlamento ha finalmente approvato le leggi che lo prescrivono, farle applicare seriamente è un altro paio di maniche.

 

Prova ne sia il ruvido confronto apertosi con gli ordini professionali da tre mesi. Tutto è cominciato quando l’Autorità ha approvato una delibera che ai fini degli obblighi di trasparenza ne stabilisce l’equiparazione agli enti pubblici. Esattamente come tutte le società a partecipazione pubblica, dalla Rai alle municipalizzate, le aziende, i consorzi, le università…

 

Con tutto ciò che ne consegue, compresa la pubblicazione sui siti Internet di consulenze e stato patrimoniale degli organi di vertice.

 

Un’offensiva da far tremare le vene ai polsi, a giudicare dalla forza d’urto sul piano politico degli ordini professionali, potentissimi attrattori di consenso e poderosi serbatoi di voti. Ha ricordato Elena Ciccarello sul Fatto Quotidiano che secondo il Movimento 5 Stelle appartiene a una corporazione il 45 per cento degli eletti in un Parlamento pur largamente rinnovato. Dove comunque siedono anche alcuni esponenti di spicco delle categorie professionali. In Senato ce ne sono ben quattro per i quali, in base all’interpretazione che L’Autorità anticorruzione ha dato della legge Severino, si applica l’incompatibilità con gli incarichi politici. Tagliola che Cantone è determinato a far scattare quanto prima, con il risultato che i quattro dovrebbero dimettersi dal Parlamento o dagli incarichi negli ordini.

 

Uno di loro, il presidente dell’Ordine dei medici di Torino Amedeo Bianco, senatore del Partito democratico, ha già annunciato che si adeguerà alle disposizioni. Il problema riguarda perciò gli altri tre. Il primo è il presidente della Federazione degli ordini dei farmacisti Andrea Mandelli, di Forza Italia. A sostenere l’inapplicabilità della tagliola al suo caso, in quanto non titolare di deleghe operative in seno alla corporazione, è stato presentato in commissione parlamentare nientemeno che un parere del giudice costituzionale Sabino Cassese. Terzo autorevolissimo esponente della Consulta a intervenire sulla questione: prima di lui gli ex presidenti Giovanni Maria Flick, che aveva curato il ricorso degli avvocati, e Piero Alberto Capotosti, che aveva scritto per conto degli ordini un parere non accolto dall’Authority argomentando la non assoggettabilità degli ordini alle norme della Severino.

 

Con lo stesso partito di Mandelli è entrato in Senato anche il presidente dell’ordine dei farmacisti di Bari Luigi D’Ambrosio Lettieri. Il quale è pure il vice di Mandelli nel comitato centrale della Federazione, dove troviamo l’ex europarlamentare di Forza Italia Giacomo Leopardi e il consigliere regionale piemontese Mario Giaccone, sostenitore di Chiamparino. Cosicché un terzo di quell’organismo è composto di politici.

 

Dettagli che fanno apprezzare la profondità del rapporto fra le lobby professionali e la politica. Destra o sinistra? Poco importa. Del gruppo Pd del Senato fa parte Annalisa Silvestro, presidente della Federazione degli infermieri che fa parte anche del Cup: è il Comitato unitario professioni, il sindacato degli ordini che tratta con il governo e ha un tavolo aperto anche con Cantone. E tornando alla trasparenza, è sicuramente colpa nostra: ma nonostante gli sforzi non siamo riusciti a trovare nel sito internet del Cup neppure i nomi dei suoi componenti. Abbiamo visto solo quello della presidente Marina Elvira Calderone, dei Consulenti del lavoro.

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