Tribunale di Milano, dagli avvocati 8 milioni per far funzionare gli uffici in crisi

Corriere della Sera, di Luigi Ferrarella –

Se gli uffici giudiziari di Milano sono oggi al limite di sopravvivenza, come prospettano i nuovi capi di Procura (Francesco Greco) e Tribunale (Roberto Bichi), che ne sarebbe stato allora in questi anni senza le incredibili trasfusioni di soldi dell’Ordine degli Avvocati di Milano? Spulciando i bilanci dell’organismo forense dei 22.500 legali milanesi, e sommando i suoi contributi annuali all’amministrazione giudiziaria pubblica, prende infatti corpo e risalta un dato non quantificato dai rapporti ministeriali conclusisi con un giudizio positivo sugli uffici milanesi, e spinge a controllare e ricontrollare questo numero prima di arrendersi alla sua veridicità: in dieci anni l’Ordine degli Avvocati di Milano ha sborsato oltre 8 milioni e 300.000 euro. Per cosa? Per una peculiare sussidiarietà, e cioè per pagare le retribuzioni di personale esterno assegnato, d’intesa con i capi degli uffici stagione per stagione, ai servizi giudiziari più in difficoltà o con maggiori carenze di organico, e per i quali comunque il budget del Ministero evidentemente non bastava: ad esempio per l’inserimento dei dati negli uffici del Giudice di pace, di Corte d’Appello e della sezione Lavoro, o per la liquidazione delle spese di giustizia in Corte d’Appello e Tribunale, o per la scansione delle sentenze.

Mezzo milione di euro è stato poi versato in dieci anni come contributo dell’Ordine forense per le dotazioni necessarie al funzionamento materiale di alcuni uffici (licenze software e computer per il processo civile telematico, impianti di videoconferenza, mobili d’ufficio), nonché per le ristrutturazioni, gli arredi e gli impianti tecnologici di ambienti giudiziari utilizzati anche dagli avvocati, come le aule conferenze o le sale colloqui nelle carceri.

 Le cifre, ignote persino a molti dei diretti interessati nella loro dimensione,pongono un interrogativo sul tacito e discutibile federalismo giudiziario di una amministrazione della giustizia che (in teoria tutta eguale negli stanziamenti che per Costituzione devono essere assicurati dal Ministero) comincia ormai a dipendere sempre più massicciamente dalla qualità e quantità dell’interlocuzione con le categorie produttive sul territorio: parametro che produce alti e bassi a macchia di leopardo, perché ovviamente arride agli uffici giudiziari di territori ricchi e dinamici, e non offre invece altrettante occasioni a quelli in zone con minori disponibilità o propensioni ad aprire (oggi) il portafoglio per godere (domani) dei vantaggi competitivi propiziati da una giustizia (più) efficiente.

Impressionante, del resto, anche la progressione del contributo nel caso milanese. I 22mila euro del 2005 erano diventati 120mila due anni dopo e addirittura 250mila già nel 2008, poi i contributi dell’Ordine degli avvocati hanno veleggiato sui 600mila abbondanti l’anno sino al 2013 quando sono saliti a 900mila, arrivando ai picchi di 1 milione e 300mila nel 2014 e al record di 1 milione e 468mila euro nel 2015. Altrettanto notevole l’impatto della proporzione di questo svenamento rispetto al totale dei costi affrontati dall’Ordine ogni anno: dallo 0,6 per cento del 2005 al quasi 14 per cento del 2010 sino al 23,5 per cento del 2015, mentre come preventivo del 2016 sono già stati stanziati 1 milione e 250mila euro.

È il primo anno in cui ci sarà dunque una inversione di tendenza e cioè una riduzione del contributo agli uffici giudiziari milanesi (sebbene valga pur sempre un 19 per cento dei costi totali dell’organismo): segno che l’Ordine degli avvocati ora presieduto da Remo Danovi, pur confermando un impegno finanziario che probabilmente non ha eguali in Italia, lo vuole però gradualmente riportare a una sorta di «fisiologia» del soccorso. Anche in forza del nuovo quadro normativo definito dalla legge di stabilità 2016, in base alla quale il supporto degli Ordini forensi alle attività delle cancellerie giudiziarie va finalizzato esclusivamente alla «realizzazione e alla piena operatività di sistemi informatici idonei ad assicurare la completa automazione del pagamento delle spese di giustizia» e degli importi riconosciuti a titolo di «equa riparazione» per la durata eccessiva dei processi.