Uno tsunami sulle libere professioni

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È l’altra faccia del mondo del lavoro. Sulle libere professioni sta per abbattersi un violento tsunami, ma gli ordini non sembrano accorgersene. Dopo la sentenza della Corte di giustizia europea, che ha dichiarato legittimo acquisire il titolo di avvocato all’estero senza essere denunciati di abusivismo nel nostro paese, superando così le forche caudine dell’esame di Stato in Italia, si aprono scenari imprevedibili per tutto l’universo professionale. Inoltre, la crisi sta togliendo lavoro a tutte le libere professioni, ciò che ha determinato vistosi cali sia tra gli iscritti agli ordini sia agli esami di Stato. E’ in corso una vera e propria proletarizzazione che sta insidiando il fortino dei liberi professionisti? Un tempo uscire da una facoltà di legge, di ingegneria, di economia come dottore commercialista era un’assicurazione sulla vita. L’automatismo tra studio e lavoro era garantito da una società relativamente chiusa e in crescita. Ora non lo è più. Il risultato è che oggi abbiamo troppi professionisti cosiddetti ordinistici: abbiamo, per fare un esempio, 332 avvocati ogni 100mila abitanti, contro i 75 della Francia. Ogni anno ci sono 33 mila partecipanti agli esami di abilitazione ai quali risultano idonei 5.400 avvocati. Pochi, a dimostrazione di una rigida selezione. Troppi se si pensa che vanno ad aggiungersi agli oltre 170mila già esistenti. Gli architetti sono 153 mila, i commercialisti 115 mila, gli ingegneri 235 mila, i medici 411 mila, i giornalisti e pubblicisti 111 mila. E’ vero che la sentenza della Corte di Lussemburgo riguarda gli avvocati, ma è destinata a produrre a cascata forti ripercussioni su tutte le professioni con ordini o albi. Intanto apre alla possibilità che 3.500 cittadini italiani che hanno conseguito il titolo professionale di avvocato all’estero (l’80% in Spagna, il 3% in Romania) possano esercitare tranquillamente in Italia: l’unica difficoltà è che per tre anni si debbano chiamare «Abogados», passati i quali subito dopo sulla targa e sulla carta intestata possono scrivere Avvocato. Forse i signori Torresi non si aspettavano questa risposta: dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza in Italia, hanno ottenuto entrambi una laurea in giurisprudenza in Spagna e, il 1° dicembre 2011, sono stati iscritti come avvocati nell’albo dell’Ilustre Colegio de Abogados de Santa Cruz de Tenerife (ordine degli avvocati di Santa Cruz de Tenerife, Spagna). Nel marzo dell’anno dopo hanno presentato domanda di iscrizione all’ordine di Macerata che non l’ha accettata. Da qui la causa ora vinta in sede europea. Gli avvocati Torresi non possono però gioire del tutto, perché entrano in una categoria che sta vivendo emblematicamente e forse più di altre l’effetto proletarizzazione: ne ha parlato la Cassa forense, l’ente di previdenza degli avvocati, che li ha definiti proletari dell’avvocatura. E non ha tutti i torti, dal momento che quasi quattro avvocati su dieci non arrivano a 16 mila euro lordi l’anno e ci solo 56 mila avvocati che non arrivano ai 10.300 euro l’anno, molti dei quali non arrivano al minimo per essere iscritti alla loro Cassa pensioni. Non è quindi un caso che tra tutte le libere professioni sia in corso una cura dimagrante di iscritti agli esami e di abilitati, che ha ormai superato il 30%. Che fare? Certamente sarebbe miope restringere ulteriormente la strategia degli accessi: l’obiettivo delle direttive europee va nella direzione di favorire gli scambi e la libertà di stabilimento e sarà sempre più facile acquisire l’abilitazione in un paese ed esercitare a pieno diritto in un altro paese europeo. Forse anche per gli ordini, finalmente, è giunta l’ora di riconoscere che la vera fortezza è l’Europa.

 

Articolo di Walter Passerini – La Stampa 22/7/14