Vitalizi, ecco perché Palazzo Spada opterà per la legge

Il Sole 24 Ore – 

Sul taglio dei vitalizi il presidente della Camera Roberto Fico ha corso a perdifiato. A riprova che ognuno tiene famiglia. Così il 12 luglio l’Ufficio di presidenza di Montecitorio è giunto alla meta. Già, ma come? L’istruttoria è stata evanescente. Le certezze hanno avuto il sopravvento sui dubbi. E ora è forte il rischio che la gatta, per fare in fretta, abbia fatto i gattini ciechi. A Palazzo Madama è stata tutt’altra storia. Per cominciare, già nella scorsa legislatura sulla proposta di legge Richetti furono auditi dalla commissione Affari costituzionali fior di giuristi. Sostennero che la legge era di gran lunga preferibile a una delibera camerale e che il taglio retroattivo dei vitalizi prestava il fianco – alla luce della giurisprudenza della Consulta – a parecchie censure di costituzionalità.

Maria Elisabetta Alberti Casellati è la prima donna sul seggio più alto di Palazzo Madama. Non sarà la donna della Provvidenza, ma della previdenza sì. A differenza di Fico, coltiva il dubbio. E, giurista avveduta, vuole vederci chiaro. Perciò si è rivolta al Consiglio di Stato perché dica tra l’altro se per il taglio retroattivo dei vitalizi basti un atto interno camerale o sia necessaria la legge. Ieri si è riunita a Palazzo Spada la commissione incaricata del verdetto. La decisione sarà pubblicata forse oggi stesso. In attesa di Godot, cerchiamo di anticiparne il responso.

Nel diritto parlamentare i precedenti hanno la loro importanza. Ora, esiste un solo precedente sul taglio retroattivo dei vitalizi. È la proposta di legge Richetti. Mentre mai in passato si era proceduto con delibere interne camerali. Neppure in occasione delle delibere degli Uffici di presidenza dei due rami del Parlamento che tra il dicembre 2011 e il gennaio 2012 stabilirono che le pensioni dei deputati in carica sarebbero state calcolate a partire dal 2012 con il metodo contributivo anziché retributivo. Una normativa valida da allora in poi. Mentre per il passato nulla fu toccato. Così per i deputati in carica rimase per gli anni anteriori al 2012 il metodo retributivo. Mentre la delibera dell’Ufficio di presidenza della Camera del 12 luglio applica ai vitalizi dei deputati cessati dal mandato il metodo contributivo, più svantaggioso, per intero. Determinando perciò un’irragionevole disparità di trattamento tra questi ultimi e i deputati in carica.

Oggi siamo al paradosso. Gli ex deputati hanno subìto un taglio, i senatori per ora no. Inoltre i deputati che hanno passato l’ultima legislatura al Senato sono assoggettati alla delibera di quest’ultimo. E viceversa. Una follia. La legge rappresenta la via maestra per motivi ancora più solidi. Il vitalizio è la proiezione dell’indennità parlamentare. Perciò il suo taglio retroattivo dovrà essere stabilito dalla legge come previsto per quest’ultima. Nella sentenza n. 262/2017, poi, la Consulta apre un varco. Dice che «se è consentito agli organi costituzionali disciplinare il rapporto di lavoro con i propri dipendenti, non spetta invece loro, in via di principio, ricorrere alla propria potestà normativa, né per disciplinare rapporti giuridici con soggetti terzi, né per riservare agli organi di autodichia la decisione di eventuali controversie che ne coinvolgano le situazioni soggettive». Ma gli ex deputati, al pari dei titolari di pensioni di reversibilità, sono terzi. Non intra moenia, ma extra moenia. Tradotto dal latinorum, sono perciò soggetti solo alla legge e alla magistratura ordinaria.

Dulcis in fundo, soltanto la legge dà effettive garanzie. Il suo iter è sotto gli occhi della pubblica opinione. Ha il vantaggio del contraddittorio. E soprattutto non impedisce, a differenza delle delibere camerali, l’accesso alla Corte costituzionale. Che cosa si vuole di più?