Da LinkedIn a Twitter la vita social degli avvocati


Corriere L’Economia – Luisa Adani – Non è solo un modo per essere al passo con i tempi, se anche gli studi legali d’affari storici e più prestigiosi iniziano a comunicare via social. Hanno compreso, forse anche osservando quanto fanno i colleghi all’estero, che si tratta di canali efficaci per mirare di volta in volta a una specifica nicchia di clienti, per sviluppare nuovi contatti, mantenersi informati sulla concorrenza, conoscere meglio il proprio target e il mercato di riferimento. Immediatezza e costi contenuti sono indubbiamente gli altri vantaggi.

«Tutto questo è certamente vero – commenta Luca La Mesa, esperto di social media marketing e docente Luiss, summer school -, ma solo a patto che si sia sviluppata una strategia di comunicazione coerente con il posizionamento dello studio. Ad esempio non è importante essere seguiti da tanti, ma da quelli a cui interessa comunicare, e che si conosca molto bene la lingua e la grammatica specifici dei diversi media. Il tono di voce deve essere ben calibrato e la comunicazione modulata rispetto ai differenti network».
Gli esempi

LinkedIn parla a un pubblico attento ai contenuti professionali mentre Facebook è più frequentato da chi cerca argomenti meno approfonditi. Twitter serve a una comunicazione rapida, magari anche nel corso di un convegno o in risposta a un fatto di attualità, ed è potente per generare confronti e dibattiti che però bisogna essere in grado di curare. «Instagram -nota La Mesa – che viaggia solo via immagini, mi pare invece più debole per uno studio professionale. C’è poi un’altra regola a cui gli studi devono prestare attenzione: chi li segue via social lo fa per la loro competenza e autorevolezza, si aspettano quindi di leggere informazioni, pareri e commenti. La comunicazione “autocelebrativa” deve limitarsi al 20% al massimo».

«Crediamo che la presenza del nostro studio sui social sia essenziale per creare un brand intorno a quello che facciamo e ai nostri professionisti – commenta Giulio Coraggio, partner di DLA Piper – ma crediamo che la sua forza ed efficacia non possa che poggiare su una precisa strategia di presenza sui media. Non esiste quindi un approccio standard valido per ogni realtà ma piuttosto media, toni e contenuti coerenti con la linea guida che si intende perseguire ».

I numeri degli studi già lanciati nel social sono però ancora contenuti. «È proprio questa la ragione per attivarsi subito – sottolinea La Mesa – la concorrenza è poca e si acquisirà facilmente e rapidamente visibilità».

Secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, il 36% degli studi legali intervistati sta già utilizzando uno o più social network, il 17% è interessato a introdurli mentre il 10% si da ancora il tempo di valutare se farlo.

Nel frattempo, però, nel 2018 il 2% dei dipendenti e il 10% dei professionisti è stato formato sull’uso dei social e quest’anno si prevede se ne aggiunga rispettivamente un ulteriore 3% e 8%. Secondo Legalcommunity, che ha considerato i profili e le pagine delle law firm presenti nella Best50 dei fatturati, LinkedIn la fa da padrone con il 100% di presenze. Seguono Twitter con il 41%, e Facebook con il 23,5%. Ultimo si piazza Instagram, utilizzato solo dal 20% delle realtà.

Un’occasione pe r approfondire l’argomento sarà mercoledì prossimo, 2 ottobre, a Milano: la Camera di commercio Italo-Germanica, in collaborazione con DLA-Piper, ha organizzato il
Digital Legal Day
in cui si affronteranno i diversi temi dell’innovazione e, fra questi, quanto riguarda la comunicazione.

«La digitalizzazione è un driver fondamentale per lo sviluppo delle relazioni economiche fra i nostri Paesi – commenta Jörg Buck, consigliere delegato Camera di Commercio Italo-Germanica – ed è questa la ragione per cui con i nostri “Digital Days” desideriamo osservare i cambiamenti che l’innovazione sta portando in vari settori. Tra questi, nel campo del legale, tanto che per il terzo anno ci ritroviamo a confrontarci con diversi studi legali sulle dinamiche in atto nel settore. Cambiamenti che, evidentemente, si sono già trasformati in realtà».