Fondi UE aperti ai professionisti

Il diritto dei professionisti di concorrere ai fondi strutturali europei 2014-2020 è messo per iscritto nella legge di Stabilità. Lo prevede un emendamento presentato dalle relatrici al Ddl, Federica Chiavaroli e Magda Zanoni, approvato ieri dalla commissione Bilancio del Senato.

La norma si basa sulla equiparazione, secondo il diritto europeo, dei liberi professionisti alle piccole e medie imprese, in quanto «esercenti attività economica». Il principio vale a prescindere dalla forma giuridica che i professionisti scelgono per svolvere l’attività.

La misura approvata in Commissione vale sia per i fondi comunitari gestiti direttamente da Bruxelles, sia per le risorse erogate attraverso lo Stato o le Regioni.

L’emendamento dovrebbe mettere fine alle difficoltà dei professionisti di attingere ai fondi strutturali europei, nonostante la presa di posizione esplicita della Commissione nella primavera 2014 (si veda «Il Sole 24 Ore» del 10 aprile) . È stato l’allora vice presidente della Commissione, Antonio Tajani, a riconoscere i professionisti tra i destinatari di politiche per la crescita, attraverso l’accesso alle risorse comunitarie, così da migliorare organizzazione, l’efficienza nell’offerta dei servizi e la competitività.

Tajani era partito – anche su sollecitazione dei rappresentati italiani dei professionisti, vale a dire il sindacato, le Cassa professionali e gli Ordini – dalla rilevanza del settore, che a livello europeo conta 4 milioni di operatori. Lo strumento individuato da Tajani per aprire agli studi, in particol modo italiani, le risorse dei fondi strutturali è stato una specie di “uovo di Colombo”: l’equiparazione dei professionisti alle imprese. Questa lettura “europea” che è stata usata in passato dall’Antitrust e, talvolta, dalla Corte di giustizia Ue per censurare le professioni per le pratiche anticoncorrenziali, è diventata la base per l’estensione degli incentivi. Tuttavia, a oltre un anno di distanza dalla “direttiva” di Tajani, sul piano nazionale non è cambiato granché, perché Regioni e ammnistrazioni hanno fatto la programmazione e quindi i bandi secondo i criteri tradizionali, fissando requisiti non consoni ai professionisti, per esempio l’iscrizione alla Camera di commercio.

Il pressing dei professionisti e dei loro rappresentanti ha portato a un primo tenativo legislativo – rimasto per ora in stand by – con la bozza di Ddl sul lavoro autonomo. Quello che il premier Matteo Renzi, durante la presentazione della legge di Stabilità, ha definito come il «Jobs act degli autonomi» contiene – almeno in una prima versione – una “raccomandazione” alle Regioni e in generale alle amministrazioni per favorire la partecipazione dei professionisti ai bandi pubblici. In attesa che il Jobs act degli autonomi sia “consegnato” al Parlamento, con la legge di Stabilità si prevede ora una norma esplicita come garanzia nell’accesso ai fondi europei.

L’emendamento è frutto dell’attività delle rappresentanze professionali, in particolare di Confprofessioni, la confederazioni delle sigle sindacali dei professionisti da sempre attenta agli strumenti per la crescita economica del settore. La necessità di esplicitare l’equiparazione dei professionisti alle Pmi per beneficiare dei fondi strutturali europei nasce dalla distinzione tra i due soggetti economici, tuttora custodita nell’ordinamento italiano che – secondo la relazione all’emendamento – «crea importanti criticità dei professionisti/lavoratori autonomi alle misure previste dai fondi europei».

Per Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni, l’approvazione all’emendamento «è un risultato storico, per sbloccare ingenti risorse a favore degli studi professionali».

(di Maria Carla De Cesari, Quotidiano del diritto del 19.11.2015, Il Sole 24ore)