Giustizia, la riforma della discordia


La Repubblica – Liana Milella – Dev’esserci un fato avverso nella storia da Guardasigilli di Alfonso Bonafede.
Quand’era al governo con la Lega doveva fare i conti con Giulia Bongiorno, l’avvocato che tutti davano, prima che il ConteUno nascesse, come sicura ministra della Giustizia. Invece non andò così, e lei non mancò minuto per tallonare, e ovviamente contestare, Bonafede in ogni suo passo. Per riassumere il loro rapporto con una parola non se ne può usare che una: Bongiorno giudicava Bonafede un “manettaro”. Punto, e titoli di coda. Nasce il ConteDue e Bonafede resta in via Arenula. E su di lui stavolta ecco non un aspirante alla poltrona, ma peggio, addirittura il suo predecessore nella stanza che fu di Togliatti, per giunta oggi potente vice segretario del Pd, se è vero com’è vero, che Andrea Orlando ha gestito in prima persona trattativa e poltrone.
Tutto qui? Nemmeno per sogno. Perché, anche se Orlando lo smentisce e Bonafede fa già professione di dialogo, il rapporto tra i due non può che partire male. Sarebbe un miracolo se arrancasse. E non tanto per l’evidente differenza ideologica, proprio sulla giustizia, che tiene lontani Bonafede e Orlando, giustizialista il primo, garantista di sinistra il secondo. Ma per l’inevitabile ruggine prodottasi proprio per l’azione di governo di Bonafede rispetto a quella di Orlando. Non su bazzecole, ma su questioni fondamentali come prescrizione, intercettazioni, carcere. I due sono agli antipodi, anche se adesso, per non litigare di primo acchito, promettono di incontrarsi. Ma la storia conta. E pure a costo di pigliarsi la fama di jettatori, c’è da scommettere che sulla giustizia, tema tutto sommato apparentemente marginale nella trattativa sul governo, Bonafede e Orlando, M5S e Pd, sono destinati a scontrarsi duramente.
Se il passato conta, non ci si può certo dimenticare degli infuocati interventi di Bonafede quando era all’opposizione contro le riforme di Orlando; né tantomeno all’opposto di quelli pacati ma gelidi di Orlando contro Bonafede Guardasigilli.
Perché è un fatto che l’avvocato grillino, neppure messo piede in via Arenula 14 mesi fa, comincia a smontare pezzo per pezzo proprio le riforme di Orlando, quelle che da oppositore aveva giudicato timide, inopportune, inconcludenti. Primo colpo? Bloccare e modificare le norme sul carcere, costate a Orlando oltre un anno di lavoro con gli Stati generali e l’obiettivo, per dirla con una parola, di passare dalla “galera” alla “rieducazione”. Non basta. C’è di peggio, detto ovviamente inforcando gli occhiali dem.
Bonafede ferma il treno della nuova legge sulle intercettazioni. Quella, duramente criticata dai giornalisti ma anche dai magistrati, che avrebbe di fatto chiuso per sempre la possibilità di vedere e leggere le conversazioni magari penalmente non rilevanti, ma storicamente rivelatrici e quindi significative. Tant’è. Tre rinvii consecutivi.
Non basta ancora. Perché quasi a fare le pulci al lavoro di Orlando e alla sua riforma del processo penale, ecco che Bonafede fa la sua riforma e la battezza pure “spazzacorrotti”. Basta conoscere un po’ Orlando per intuire quanto un termine del genere gli possa andare di traverso. E che c’è dentro la “spazzacorrotti”? Un’altra bocciatura della politica di Orlando, perché se il dem di La Spezia ha previsto un blocco della prescrizione per 36 mesi dopo il primo grado, Bonafede fa una riforma ben più tranchant, prescrizione “morta” dopo il primo grado, proprio come i magistrati alla Davigo (ma non solo) hanno sempre chiesto.
E adesso che succede? Facile, in fondo, buttare alle ortiche i decreti sicurezza di Salvini, ma sulla giustizia? Difficile credere che Bonafede e Orlando, Guardasigilli in carica e ministro della Giustizia ombra, possano andare d’accordo.