La dignità e l’equo compenso. La richiesta di fissare la soglia che completi una legge «monca»

Corriere della Sera – Diana Cavalcoli – Mentre il popolo dei dipendenti drizza le orecchie nel sentir parlare di salario minimo, c’è una fetta di lavoratori che si interroga ogni giorno su come difendere i propri guadagni in un mercato imprevedibile. Una lotta alla Davide e Golia, che si gioca fattura su fattura tra committenti e autonomi. Ed è fondamentale per la sopravvivenza (dignitosa) dei freelance. Ad aiutarli ci sarebbe l’equo compenso, introdotto dalla legge di Bilancio 2018. Il condizionale è d’obbligo dato che parliamo di uno strumento scarsamente applicato . Prima di analizzarlo è però utile capire quanto persone sono potenzialmente interessate da questa novità. 

L’esercito dei freelance conta oggi 5,3 milioni di professionisti in Italia, poco più del 23% degli occupati. Parliamo di avvocati, ingegneri, giornalisti, designer, architetti, medici, consulenti e manager. Lavoratori che, fatta eccezione per le indicazioni provenienti dagli ordini professionali, troppo spesso brancolano nel buio quando si tratta di stabilire il valore di una prestazione lavorativa. «Ci capita di frequente – spiega Anna Soru, presidente di Acta, l’associazione dei freelance – di incontrare ragazzi e adulti in difficoltà nel contrattare il compenso. Sia che si parli di settore privato che di pubblico riscontriamo un’enorme mancanza di informazioni. Ed è anche vero dal lato dei committenti». Un caos che, complici gli anni di crisi e i bandi pubblici a un euro, ha avuto come prima conseguenza un abbassamento dei prezzi per categorie intere. «Basta pensare ai traduttori – dice Soru – fino a qualche anno fa le cartelle erano pagate bene ora è difficile arrivare a fine mese svolgendo solo quel lavoro». Da una ricognizione fatta da Acta in Europa risulta infatti che l’85% degli autonomi svolge più di un’attività lavorativa.

Nel caso italiano si tratta però di una non scelta, legata per lo più alla necessità di integrare i guadagni. Non a caso il calo dei redditi dei professionisti italiani tra il 2005 e il 2017 si è attestato al 19% (Centro studi Adepp). «Hanno redditi bassi, intorno ai 30 mila euro annui lordi e a soffrire di più sono i giovani e le donne», chiosa Soru. Il reddito medio di un professionista sotto i 40 anni è la metà di quello di un over 45 mentre il reddito delle donne non va oltre il 56% di quello dei colleghi. «I giovani accettano regole di ingaggio svantaggiose pur di lavorare e non considerano i costi e le tasse. Le professioniste invece hanno difficoltà a parlare di denaro ed esitano nel chiedere aumenti», dice Soru.

Ma se il nodo è il compenso perché è così difficile dare un prezzo minimo al lavoro autonomo? In Italia esiste la norma sull’equo compenso che vale per la Pubblica amministrazione e le grandi imprese. Il problema è che, come denunciano le associazioni di categoria, è rimasta una legge monca. In breve, non ci sono indicazioni per fissare gli standard. Anche per questo Acta con Confprofessioni ha lanciato una petizione, #iononlavorogratis, per chiedere al governo di completare l’iter. «In nome della libera concorrenza non si possono fissare tariffe per il lavoro professionale. Noi però vorremmo venisse creato un range di parametri minimi in grado di assicurare un compenso dignitoso ai professionisti», conclude Soru. La prima a dare il buon esempio dovrebbe essere la Pa, così da diventare un benchmark per il settore privato.