Professionisti, Pos (quasi) obbligatorio

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 Dal 30 giugno se andate a pagare l’onorario di un professionista ricordatevi di portare il libretto d’assegni, il bancomat o la carta di credito. Questo vale, naturalmente per le cifre superiori ai mille euro, la soglia massima indicata nella legge antiriciclaggio. Ma andiamo con ordine. Nel decreto legge 179 del 2012 è contenuta una norma (all’articolo 15) che chiede che il pagamento degli onorari dei professionisti sia tracciabile, quindi con assegno, bonifico bancario o moneta elettronica. La ratio che sta alle spalle di questa norma è evidente: si cerca di rendere il più possibile tracciabile, a fini fiscali, i pagamenti verso i liberi professionisti. 

La disposizione è stata subito tradotta come l’entrata in vigore dell’obbligatorietà del Pos negli studi professionali. Ma il Pos, quella macchinetta che permette il pagamento tramite bancomat e carta di credito, ha un costo (che si abbatte solo quando le operazioni abbiano raggiunto importanti flussi di denaro) e questo ha scatenato immediate e vibranti proteste da parte di tutto il mondo professionale che ha interpretato la mossa come un ennesimo balzello, un costo per i professionisti nel momento di crisi più profonda mai vissuta nel dopoguerra.

«Sarebbe stato un ulteriore regalo alle banche -ricorda Leopoldo Freyrie, presidente del Consiglio nazionale degli architetti – oltre che un’ inutile vessazione che avrebbe costretto i professionisti a sostenere i costi di attivazione, installazione e di utilizzo. Senza tener conto, inoltre, che vi è la possibilità di ricorrere – per la tracciabilità del pagamento – ad altri strumenti come il bonifico bancario, le carte di debito o di credito virtuali che, invece, non implicano nuovi oneri per il professionista».

Proprio qui sta la chiave della “vittoria” ottenuta dalle professioni: perché concentrarsi proprio sul «costoso Pos» se l’obiettivo è soprattutto quello della tracciabilità ai fini fiscali? A schierarsi a favore della moneta elettronica è l’Antitrust che sottolinea come «le norme che obbligano ad usare il Pagobancomat non sono una restrizione della concorrenza e che risultano in linea con quanto più volte sostenuto dall’Autorità in merito alle necessità di favorire la diffusione di un numero più ampio possibile di sistemi di pagamento». Nell’occasione l’Authority ha anche ricordato, inoltre, gli interventi del medesimo Antitrust per far scendere i costi delle commissioni bancarie.

Anche il Consiglio nazionale forense si è fatto portavoce dei “mal di pancia” degli avvocati arrivando fino a un’interrogazione parlamentare per avere una risposta diretta da parte del governo. E la risposta non si è fatta attendere da parte di Enrico Zanetti, sottosegretario al ministero dell’Economia: «Per quanto riguarda la circolare interpretativa del Consiglio nazionale forense, ugualmente citata nell’interrogazione, essa interpreterebbe la normativa nel senso di introdurre un onere, piuttosto che un obbligo giuridico, il cui campo di applicazione sarebbe limitato ai casi nei quali sarebbero i clienti a richiedere al professionista la forma di pagamento tramite carta di debito. In tal senso, sembra in effetti deporre il fatto che non risulta associata alcuna sanzione a carico dei professionisti che non dovessero predisporre della necessaria strumentazione a garanzia dei pagamenti effettuabili con moneta elettronica».

In parole povere, tutto dipenderà dal contratto che verrà stipulato tra professionista e cliente: se quest’ultimo vorrà pagare con carta di credito, la sua richiesta dovrà essere scritta in calce nel contratto. Altrimenti si potrà pagare con assegno o bonifico bancario, a meno che la cifra non sia inferiore ai mille euro, in quel caso verranno “sdoganati” anche i contanti. Scommettiamo che a risultare “vincenti” saranno ancora una volta i contanti?

 

Articolo di Isidoro Trovato – Corriere della Sera / 23/6/14